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DUE NUOVI ARRIVI IN KOSOVO
Federica e Pasquale sono arrivati a Pristina per il loro anno di Servizio Civile! Eccovi la loro presentazione
FEDERICA FERRANTE
Ciao!
Mi chiamo Federica, ho 25 anni e vengo dalla Sicilia. Sono cresciuta a Lentini, un paese che si trova vicino alla città di Catania, rinomato per la produzione di arance rosse. Sono stata sempre appassionata di lingue straniere e di culture diverse dalla mia, motivo per il quale i miei percorsi di studio sono stati quelli di Mediazione linguistica e interculturale come corso di laurea triennale e di Lingue per la cooperazione internazionale come corso di laurea magistrale.
È stato proprio il mio ultimo percorso di studi a rendermi noto a grandi linee il mondo della cooperazione internazionale. Ho approfondito tale campo negli ultimi tempi, venendo poi a conoscenza della possibilità di lavorare con gli enti di volontariato attraverso il servizio civile universale. Ed eccomi qua. Fra pochi giorni parto per il Kosovo, a svolgere per un anno il servizio civile nella capitale di Pristina. Mi occuperò prevalentemente di empowerment femminile, per incentivare il ruolo delle donne nel contesto lavorativo.
Ho deciso di partire, perché il progetto sullo sviluppo sostenibile attualmente già in corso e quello che dovrà iniziare, mi interessano molto e perché sento dentro di me quella volontà e quel bisogno di contribuire a fare la mia parte dove è necessario.
Da questa nuova esperienza desidero ampliare i miei orizzonti su una cultura nuova, un luogo nuovo e una realtà mai incontrate prima; desidero acquisire nuove conoscenze e competenze in un ambito che m’interessa e magari scoprire lati nuovi di me stessa. Aspetto di vedermi realizzata sotto questi punti di vista e di vedere risultati concreti del mio contributo agli obiettivi del progetto.
PASQUALE BUCCI
Ciao!
Da qui vi scrive Pasquale Bucci, agli sgoccioli dei suoi 27 anni, nato e cresciuto nella remota provincia tarantina – più precisamente a Lizzano – sul confine indefinito tra Murgia e Salento.
Tuttavia, è bene precisare come la residenza nel paese natìo si sia ridotta ad attributo puramente formale, appropriata solo per gli adempimenti burocratici: dai 19 anni ho girovagato fra Forlì, Bologna e Breslavia per gli studi, e fra Coimbra, Paphos, Skopje e infine Parma per lavoro. Laureato in Economia e Commercio prima, e in Economia e Politica Economica dopo, l’attività prevalente che mi ha tenuto occupato negli ultimi due anni è stata quella di bancario.
Mentre vi scrivo, mi trovo ad avere a che fare con il rituale della pesatura delle valigie, da imbarcare sul volo che mi porterà a giorni a Pristina. In Kosovo spenderò appunto il mio anno di Servizio Civile, collaborando alla gestione dei progetti in essere e di quelli che verranno messi in cantiere.
Il perché di questa scelta è articolato, ma ben riassumibile nell’idea – di cui sono altamente persuaso – per cui ognuno dovrebbe riconoscersi nel lavoro che svolge. Mi stuzzica l’idea di lavorare su progetti il cui impatto sui beneficiari sia benefico su più livelli, sia orizzontali (ovviamente economico, ma anche culturale e sociale) che verticali (per la generazione attuale tanto quanto per quelle future). Non manca poi certo una spolverata di idealismo: penso di vivere in un mondo in cui sia diventato complicato riuscire a dare un valore a ciò a cui non si è capaci di dare un prezzo.
In riferimento a quanto appena detto, sarà moralmente appagante lavorare su progetti finalizzati allo sviluppo sostenibile per le comunità locali, occupandomi sì della costruzione di ciò che è utile, ma di riflesso anche di ciò che è bello e condiviso. Innegabile come tutto questo vada a soddisfare anche un mio più intimo senso di avventura: l’avvicinamento a culture “altre” porta con sé il contatto diretto e prolungato con un enorme carico di significati, linguaggi, usi e racconti, che mi affascinano in maniera indescrivibile. Il coacervo di lingue, culture, etnie e religioni dei Balcani non può che fare al caso mio.
Ma ora è tardi, ed è il momento di chiudere le valigie (mentre scrivevo ho appurato pesassero il giusto).
Quindi basta con le elucubrazioni e arriviamo in chiusura, parlando delle aspettative che ripongo in ciò che verrà. A proposito di ciò, si dice che un viaggio lo si faccia tre volte: prima pensandolo, poi vivendolo e infine ricordandolo. Per pensarlo di tempo ce n’è stato tanto, ma l’esperienza mi suggerisce come ci sia sempre una discrepanza abissale fra come immaginiamo le esperienze prima e come queste si rivelino essere dopo, sia in negativo che in positivo: questa differenza ve la saprò raccontare fra un anno, quando verrà il tempo di ricordare.
Preferisco quindi partire “vuoto”, che in questo caso è sinonimo di aperto, lasciandovi le parole di qualcuno che sapeva usarle meglio di me:
“Viandante, sono le tue orme
il sentiero e niente più;
viandante, non esiste il sentiero,
il sentiero si fa camminando.”
