Madagascar, Volontariato

E chi l’avrebbe mai detto?

Agnese da Manakara racconta la sua settimana di Servizio Civile in Madagascar

Amo scrivere, eppure anche questa volta non so bene da dove iniziare. Quando provo a mettere nero su bianco quello che sto vivendo qui in Madagascar, mi accorgo che i pensieri sono davvero tanti. Talmente tanti che faccio fatica a metterli in ordine. Esperienze, emozioni, momenti quotidiani che, uno dopo l’altro, stanno riempiendo questi mesi. So già che non riuscirò mai a raccontare tutto in modo davvero chiaro o approfondito. Perciò facciamo così: cercherò di essere il più concisa possibile. Partire per il Madagascar è stata una scelta difficile. Non solo per il viaggio in sé, ma per tanti motivi, sia lavorativi che personali. Ho avuto dubbi, tanti dubbi. Però alla fine ho deciso di seguire il mio istinto e buttarmi in questa nuova esperienza. E oggi posso dire che non avrei potuto fare scelta migliore.

Alla partenza ricordo di aver provato un mix di adrenalina e ansia. Ma di quella ansia “buona”, quella che ti fa sentire viva e che in fondo ti spinge a fare bene. La parte forse più difficile è stata salutare le persone a me care. In quei momenti realizzi davvero cosa significa allontanarsi da casa per tanto tempo. Con il passare dei mesi mi sono resa conto ancora di più di quanto la mia famiglia sia per me una colonna portante. Anche a distanza resta un punto di riferimento silenzioso ma fondamentale. Non sempre le persone a me care possono vedere o capire fino in fondo quello che vivo qui, ma sapere che ci sono, che mi sostengono e che ascoltano i miei racconti, fa una grande differenza. Arrivare qui ha significato entrare in contatto con una cultura completamente diversa dalla mia. Una lingua diversa, abitudini diverse, ritmi diversi. Eppure, con il tempo, ho iniziato a sentirmi a casa anche qui, nonostante i chilometri che mi separano dall’Italia. All’inizio, soprattutto nei primi mesi, il tempo sembrava essersi fermato. Le giornate sembravano infinite, tutte uguali. Poi piano piano sono iniziate le attività, ho preso confidenza con il lavoro e con una nuova routine. E da quel momento il tempo ha iniziato a correre. Talmente veloce che faccio fatica a credere che siano già passati più di sette mesi dalla nostra partenza.

La mia settimana qui è piena di attività diverse, ognuna con la sua storia e con le sue sfide. Il martedì è una giornata intensa: la mattina siamo alla Cantine del centro missionario con i bambini. È uno di quei luoghi dove i legami nascono subito. I bambini qui hanno una capacità incredibile di affezionarsi, e la verità è che anche io mi affeziono molto a loro. Bastano pochi giorni perché ti riconoscano, ti vengano incontro con un sorriso o con la voglia di raccontarti qualcosa. Sempre il martedì c’è anche il progetto di alfabetizzazione in carcere. È un’attività molto diversa da tutte le altre, e sicuramente una delle più sfidanti. Entrare in quella realtà significa confrontarsi con storie difficili, con una quotidianità dura, che spesso da fuori non si immagina. È un progetto che ti mette alla prova, ma che allo stesso tempo ti fa conoscere un lato della società che raramente si vede. Il mercoledì invece è la giornata del centro Manovo. È uno dei momenti che preferisco, perché mi permette di progettare laboratori di disegno e attività creative. Qui arrivano anche bambini che vivono per strada o che passano gran parte delle loro giornate fuori casa. Il centro diventa per loro uno spazio sicuro, un luogo dove poter stare insieme, giocare, disegnare e semplicemente essere bambini. Il giovedì pomeriggio siamo al centro Tsararano, un centro per minori con disabilità. Anche questa è una realtà che ti insegna tanto. Ogni incontro è diverso e ogni piccolo progresso, ogni sorriso o momento condiviso ha un valore enorme.

Un’altra parte davvero speciale di questo lavoro sono le missioni. Sono giornate in cui si parte al mattino presto e si torna la sera, oppure il giorno dopo. Si raggiungono villaggi più lontani per svolgere attività legate all’atto di nascita, un documento che per noi sembra scontato ma che qui può fare la differenza per il futuro di una persona. Sono viaggi stancanti ma bellissimi, perché permettono di conoscere luoghi e comunità che altrimenti resterebbero lontani dalla nostra quotidianità. Qui sto imparando anche un’altra cosa molto importante: il valore della semplicità. Vivere senza il continuo focus sull’apparire, su cosa indossare, sul truccarsi o sul mostrarsi in un certo modo. Qui le relazioni nascono in modo diverso. Si parla di più, si ascolta di più, e spesso ci si ritrova ad affrontare argomenti molto più profondi. È una vita più semplice, ma anche più vera. Chi vive a casa probabilmente non può comprendere fino in fondo cosa significhi vivere qui. È difficile spiegare davvero certe sensazioni o certi cambiamenti.

Però attraverso i miei racconti spero almeno di riuscire ad arrivare a qualcuno. Magari a quelle persone che sentono dentro di sé il desiderio di fare un’esperienza come questa, ma pensano di non avere abbastanza coraggio o di non esserne all’altezza. Se posso dire una cosa dopo questi mesi è questa: buttatevi. Davvero. Potete farcela. Credete in voi stessi e seguite il vostro istinto. Perché esperienze come questa, alla fine, ti cambiano molto più di quanto pensi. E spesso nel modo più bello possibile.