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In Albania? Ma perche?
Andrea è a Scutari con il Servizio Civile e ci racconta la sua esperienza in Albania
Ormai sono passati parecchi mesi dall’inizio della mia esperienza di Servizio Civile in Albania ed è arrivato il momento di tirare le somme. Metto già le mani avanti sottolineando che sono veramente pessimo a scrivere, tanto più a descrivere a parole quello che ho vissuto, e che sto vivendo, in questo periodo unico della mia vita. Quando ho fatto domanda per venire a Scutari mi trovavo in un periodo piuttosto turbolento in cui tutto mi sembrava così difficile da realizzare. Oggi mi guardo indietro e penso a tutta la strada che ho fatto e mi rendo conto di aver fatto un bel salto di qualità. Questa testimonianza vuole essere quanto più veritiera possibile lasciando poco spazio a romanticizzazioni varie; in poche parole non voglio convincere nessuno a venire qui poiché vi ci deve portare il cuore.
Venire un anno a Scutari, diciamolo subito, può sembrare una scelta un po’ strana. E in effetti lo è. Quando racconti in giro che farai il Servizio Civile qui spesso la reazione è una via di mezzo tra il curioso e il confuso: “In Albania? Ma perché?”. Non è esattamente la meta esotica che ci si immagina quando si pensa a questo tipo di esperienza. Non troverete savane, safari o villaggi nel mezzo della giungla. Non è uno di quei posti che fanno scena quando lo racconti a cena con gli amici – anche se ci sono posti che generano un gran bel effetto wow! Sebbene l’Albania sia un paese vicino all’Italia, anzi vicinissimo, è allo stesso tempo sorprendentemente diverso. Non è il contesto delle grandi emergenze umanitarie che spesso immaginiamo quando pensiamo alla cooperazione internazionale, ma non è nemmeno l’Europa occidentale a cui siamo abituati. Sta un po’ nel mezzo, ed è proprio questo che la rende un contesto molto particolare per fare un’esperienza come il Servizio Civile. Qui hai la possibilità di avvicinarti davvero al mondo della cooperazione internazionale senza trovarti completamente catapultato in un contesto più “estremo”. È una sorta di via di mezzo tra un’esperienza molto wild e un ambiente che, per certi versi, resta comunque familiare. E per chi vuole capire se questo settore può essere davvero la propria strada, secondo me è un ottimo punto di partenza. Qui c’è spazio per mettersi in gioco, imparare, sbagliare e capire come funzionano davvero le cose dentro ai progetti di cooperazione. Non è solo teoria o studio: spesso ti ritrovi direttamente nel mezzo delle attività e devi imparare facendo. Che a volte è entusiasmante, a volte un po’ caotico ma sicuramente formativo. Insomma si lavora e si impara tanto.
Se devo pensare alla cosa più bella che mi rimarrà è il rapporto con le persone, in particolar modo con i beneficiari del progetto. Gli albanesi sono incredibilmente cordiali e accoglienti. C’è un fortissimo senso di comunità che, almeno per quanto mi riguarda, in Italia si percepisce molto meno. Non è raro trovarsi in mezzo alla strada con l’aria un po’ persa e vedere qualcuno che si avvicina semplicemente per chiederti se hai bisogno di aiuto. Oppure sconosciuti che attaccano bottone solo perché ti sentono provare a parlare quel poco di albanese che hai imparato e spesso la conversazione finisce con la classica frase: “Eja, pimë një kafe” – dai, beviamo un caffè. Che qui non è solo un modo di dire. Significa davvero sedersi, parlare, perdere tempo insieme. Anche con qualcuno che hai appena conosciuto. Ed è in momenti così, spesso semplicissimi e totalmente inaspettati, che inizi a capire un po’ meglio questo paese. E forse anche un po’ meglio te stesso.
