Albania, Volontariato

L’albanese lo imparerai il giorno in cui dovrai andartene

Il racconto di Elisa, rientrata dopo un anno di Servizio Civile in Albania

Ho sentito queste parole ancora prima di scendere dall’aereo che mi ha portata qui, ormai quasi un anno fa. Mi hanno accompagnata durante tutti questi mesi, ripetute dalle persone attorno a me: nelle settimane di studio più intenso e in quelle piene di impegni in cui ritagliarsi uno spazio da dedicare agli esercizi era quasi impossibile.
Ora i suoni, le parole, le esclamazioni e il linguaggio del corpo sono a me familiari. Le persone con cui intrattengo piccole conversazioni riconoscono il luogo da cui provengo e a un orecchio attento non sfugge l’accento scutarino. Pur possedendo ancora un lessico poco esteso, parlare l’albanese mi ha sempre regalato sinceri ed enormi sorrisi. La gratitudine negli sguardi e la sorpresa di avere di fronte una persona che aveva impiegato del tempo per imparare la lingua del posto mi hanno seguita lungo tutto il mio percorso: “Shqiptare?”, “Jo, italiane”, rispondevo (“No, italiana”).
Non è solo l’albanese ad aver impiegato mesi per essere sedimentato nella mia mente. Anche trovare le parole nella mia stessa lingua per descrivere e scrivere del mio anno di Servizio Civile ha richiesto il suo tempo. E adesso che il giorno del ritorno si avvicina, si condensano lentamente questi mesi di vita tra le vie di Scutari, nei tramonti al lago di Shiroka ad osservare i pescatori sul ponte di Buna e le linee sinuose del Tarabosh alle loro spalle, e le immense montagne nel Nord dell’Albania. Questo luogo nel mondo si è lentamente trasformato in “casa”, senza quasi accorgermene. Raccogliere le proprie cose, metterle in valigia e abbracciare i compagni di viaggio sono gesti segnati dalla malinconia e dalla sensazione di separazione.
Scutari non è diventata per me solo “casa”. La città ha oggi il sapore di nuovi legami e amicizie, costruite lentamente tra le giornate passate dentro e fuori l’ufficio. È una città di volti conosciuti e di sguardi amici che ti ripetono di restare, o almeno di tornare a salutare qualche volta. È una città di musica e canzoni, spesso italiane, che risuonano nei locali, nelle radio delle auto e sulle biciclette, che accompagnano i suoi abitanti durante le tante ore di lavoro e le pause caffè. Il tempo si misura nei richiami alla preghiera delle moschee, nei rintocchi delle chiese e nello scorrere delle stagioni, annunciate dalle arance e dalle olive nel nostro cortile, nel profumo dei tigli in fiore nelle strade. È una città di suoni, a cui ormai il sonno si è abituato e che tengono compagnia nei momenti di solitudine. È una città di voci che parlano una lingua ormai famigliare, che le orecchie non dimenticheranno. Ed è, infine, una città di scorci e paesaggi prima sconosciuti, che mi hanno rincuorata nei momenti di difficoltà – che non sono mancati.
Questa geografia dei luoghi, che ho costruito lentamente attraverso i miei occhi e il mio spostarmi nello spazio, ha trasformato un movimento in direzione, in orientamento. L’ultimo anno non mi ha solo arricchita come persona (e di persone), ma è stato fondamentale per comprendere il mondo della Cooperazione, donando un oggetto e un soggetto concreto allo studio teorico degli anni universitari. Era mio interesse conoscere il funzionamento dei Progetti di Sviluppo, le dinamiche e gli attori che lo agiscono. Negli ultimi mesi ho avuto l’occasione di prendere parte a una realtà strutturata e ben inserita nel contesto locale, che mi ha portata a confrontarmi con il lavoro che anima gli interventi di cooperazione e con i destinatari di queste iniziative.
Gli incontri mi hanno condotta in paesi e villaggi (fshatra) apparentemente lontani e isolati, nel cuore del Nord, incastonati nelle Alpi albanesi: il progetto Ruralbania (tra le altre cose), supporta la Filiera dell’apicoltura e quella dei Piccoli frutti di montagna nella vicina area di Pukë, la Filiera ovi-caprina nella regione di Kukës e infine la Filiera ovi-caprina nella zona di Dibër. Conoscere gli allevatori e gli agricoltori coinvolti nel Progetto è stata per me una fortuna e un importante momento formativo, nonché un’occasione attesa tra la burocrazia e il lavoro di ufficio.

Parlo qui di fortuna non solo perché l’Albania non è stata una scelta personale, bensì una circostanza inattesa, ma soprattutto perché non è così scontato poter ascoltare le voci di persone legate al territorio e alle risorse naturali che vi abitano. Avvicinarsi alle realtà rurali fa riemergere al nostro sguardo i complessi legami esistenti tra le persone, gli animali e il paesaggio, spesso dimenticati da chi vive la propria quotidianità in spazi urbani profondamente antropizzati. Gli interlocutori non sono qui solo individui, ma un insieme di conoscenze, prospettive, dinamiche familiari e sociali, e animali più o meno domestici. Di volta in volta ho incontrato gli allevatori e le loro capre, gli apicoltori e le loro api, gli agricoltori e i raccoglitori con alberi e piante ben conosciute. La relazione era sempre declinata in più soggetti, anche se questo non era immediato attraverso uno sguardo superficiale.
Tuttavia, in Albania non si corre il rischio di romanticizzare. Ho impiegato molto tempo nel tentativo di comprenderla e di trovare le giuste parole (e ancora non ci sono riuscita), che potessero districare la complessità che mi sono trovata di fronte. Lo strano senso di famigliarità non mi è stato d’aiuto. Ci sono stati spesso anche momenti di spaesamento e incomprensione.
Questo spiega in parte il mio uso insistente di congiunzioni avversative. Raccontare l’Albania, o anche solo provare a comprenderla, ha significato per me accettare veramente che i contrasti non si escludono, bensì convivono. Trasformare i “ma” in “e” è un esercizio quotidiano alla complessità e al dialogo. L’Albania è un paese orgoglioso delle sue radici e allo stesso tempo in cerca di identità. È un insieme di persone segnato dalla sua storia e da un cauto distacco dal passato comunista che convive con un forte spirito di comunità, un volto severo e insieme gentile e ospitale. È un profondo senso di appartenenza a un Paese che vede la propria gente trasferirsi all’estero o nelle città vicine in cerca di condizioni migliori. Nell’Albania che ho conosciuto coesistono la tradizione e l’innovazione, il traffico delle auto e il caotico movimento delle città con la lentezza delle aree rurali e i carri trainati dai cavalli. Qui, dove l’imminente ingresso in Europa ridisegna i giochi politici, sociali e religiosi e dove il turismo di massa sta rapidamente ridisegnando i profili delle montagne e delle coste, dove l’emigrazione è silenziosa e costante e le dinamiche di genere rimangono questioni aperte, si intravedono il rischio di amplificazione delle disuguaglianze sociali interne e vecchi e nuovi processi di cambiamento, che avvengono sotto un’apparente immobilità.
Metto in valigia tutti questi frammenti: li porto via con me, insieme agli scorci e ai tramonti, che custodirò assieme alle parole, ai proverbi e alle conoscenze che questa esperienza mi ha donato. Ripiego la nuova mappa che ho tracciato e la infilo nel mio zaino, ora più pesante di domande che ancora non hanno trovato risposta. Con me porto la consapevolezza che questo anno non sia stato un semplice capitolo del mio percorso, ma un passaggio che ha lasciato tracce più o meno visibili che continueranno a orientare le mie scelte future, personali e professionali.
Infilo in valigia anche un libro di grammatica albanese, come si conserva una fotografia stropicciata di una persona cara. L’albanese, in fondo, non l’ho davvero imparato – non ancora, e forse è vero che lo si afferra davvero solo quando è il momento di andarsene. C’è qualcosa nel distacco (e l’antropologia lo sa bene), che rinnova lo sguardo e affina l’ascolto. È il paradosso di quando un luogo diventa “casa”: arriva il momento in cui bisogna partire, non per lasciare, ma per riuscire a vedere con occhi nuovi, pronti per cambiare nuovamente prospettiva.
Guardo i miei bagagli e la mia cassetta degli attrezzi: sembrano farsi più piccoli sotto i miei occhi. “Lascia qui qualche cosa, così hai una scusa per tornare”, mi dicono. E tra me penso di non aver bisogno di lasciare nulla indietro: quel che rimane qui non si può infilare in una valigia. E forse è giusto così.

Të lumshin duart, Shqipëri!