Madagascar, Volontariato

L’IDENTIKIT DEI MALGASCI

Lettera di Tania De Luchi, in Madagascar con il Servizio Civile Nazionale, che ci parla del suo “incontro” con il popolo malgascio.

20 settembre 2018

Il popolo malgascio è diviso in 18 gruppi etnici differenti e un cartello dietro la mia scrivania, che ritrae il “prototipo” di ogni gruppo, me lo ricorda quotidianamente.
Qui i visi parlano di conquiste, di mix antichi e moderni, di sangue mescolato che ha dato vita ad un popolo il cui aspetto fatico a definire.
Nella capitale i volti sono piuttosto chiari, riconducibili soprattutto all’Asia: gli occhi sono a mandorla, la pelle è color caffelatte.
Ad Antananarivo molti di loro sono istruiti, in tanti parlano il francese. Sono anche quello che il resto dei malgasci definisce “i padroni”: hanno nelle loro mani quasi tutto e provano un sentimento simile al disprezzo per la maggior parte delle altre etnie, forse più povere, ma forse, a parer mio, anche più autentiche.
Più si scende verso sud più l’Africa, come la intendiamo noi, prende il sopravvento. La pelle diventa di un marrone scuro, ma mai davvero nero, i nasi sono più larghi e gli occhi neri, grandi e profondi, sono intrappolati in ciglia folte e lunghe.
Sono tutti piccoli i malgasci. Finora, pur essendo donna, ne ho trovati pochi che mi superassero di molto in altezza.

Pensavo che l’Africa avesse un carattere molto definito, un sapore tutto suo. Ma, da sempre, mi dicono che il Madagascar è un bel mix tra Asia e Africa, che si tratta di un continente a parte dove tutto è unico e insolito. Ed è vero.

L’abbigliamento tradizionale delle donne è un semplice lamba (stoffa) in vita, un cappellino di paglia e due chignon di trecce ai lati della testa.
Ma se dovessi davvero definire il loro abbigliamento, di uomini, donne e bambini intendo, direi che è un popolo che si veste esclusivamente di cose usate e usurate.
Il mercato pullula di bancarelle con vestiti provenienti dall’India, e ancora prima dall’Europa: magliette, pantaloni (persino mutande!) che noi abbiamo dato in beneficenza e che, in qualche modo, sono arrivate fin qua in grosse balle.

E una volta, ricordo che una volontaria mi disse: “Io ci vado al mercato, se frughi bene trovi roba carina. Ma i malgasci mi guardano come se fossi matta. Si chiedono: perché questa vazaha (straniero/bianco) si compra vestiti smessi da altri vazaha?”.
In quel momento mi era venuto da sorridere e ovviamente mi aveva solo incentivato ad andare a spulciare in questi grandi ed economici negozi dell’usato all’aperto, sogno dei sogni.

Ma, in effetti, fa riflettere. Un po’ tristemente, durante i vari incontri di formazione, ci hanno messo ben in guardia con una frase, che, a distanza di tempo, per certi versi, capisco: “Non si formeranno mai vere amicizie con i malgasci perché, purtroppo, quasi sempre ci vedono come dei bancomat con le gambe.”
Ed è vero, caspita. Triste, ma vero. E non mi metto nemmeno a chiedermi se posso fare qualcosa per non dargli questa opinione di me. Non lo faccio perché capisco che è una cosa che va molto oltre me come persona singola, ma che piuttosto fa riferimento alla mia pelle, al mio paese di provenienza, ai miei abiti, sì, vecchi, ma puliti e così via.
Però ci rimango male, questo sì. Mi dispiace quando i bambini con cui sto creando un legame mi chiedono 100 ariary (2cent…2cent!!!) per comprarsi un dolcetto. Non posso darglieli ma glieli darei ma no, non posso, ma vorrei…ma non posso.
Non posso perché di bambini ce ne sono a migliaia. E se io, nel 2018, mi lamento di essere un bancomat con le gambe vorrei che nel…mmh 2050 (?) la volontaria che sarà qui al mio posto potesse sentire una sensazione diversa. Ma certo, continuando con questo “Omeo vola, vazaha!” (dammi dei soldi, straniero) non arriveremo da nessuna parte.

Vedo una strada lunga lunga, in salita.
Una strada che io percorrerò per poco tempo. Perché in fondo è così, il volontariato.
E’ come una staffetta: una corsa in cui cerchiamo di arrivare a dei risultati che spesso nemmeno vedremo, ma che qualcuno, dopo di noi, cercherà a sua volta di portare avanti.
Quindi penso: sì, ci sono volte in cui i malgasci, con le loro stranezze, mi fanno arrabbiare, intristire, innervosire. E ci saranno volte in cui io, con le mie stranezze, li farò arrabbiare, intristire, innervosire.

E non è di certo questo che mi fa stare qui.

Quello che mi sta facendo, comunque, concludere molte giornate col sorriso, e svegliare allo stesso modo, sono piccoli dettagli che per me sono vitali in quest’anno: dalla collega che partorisce e mi chiama la sera tardi per dirmelo, alle bambine che mi lasciano le impronte nere sulla maglia bianca, dalla carcerata che mi dà il suo numero così “Se Dio vuole” quando esce io sarò ancora qui in Madagascar e potremo vederci, alla bambina che mi mostra la sua pagellina scolastica di fine anno.
Sono stupidaggini? Forse.

Quanto avrei apprezzato tutto questo restando nel mio posticino in Italia? Rispondo io: quasi per niente.

E quindi è forse proprio questo il vero motivo che non mi fa stancare di questo stile di vita: il fatto che anche la più piccola cavolata, diventi di un’importanza tale da farmi sorridere ogni volta che ci ripenso. E non solo sorrido, voglio raccontarla, condividerla con tutti, i miei amici qui, e tutti quelli che mi aspettano a braccia aperte in Italia.
James Joyce diceva: “Mentre tu hai una cosa può esserti tolta. Ma quando tu dai, ecco, l’hai data. Nessun ladro te la può rubare. E allora è tua per sempre”.
Il mio tempo è mio, per sempre, i miei anni via, sono miei, per sempre.
E di tutti coloro che con me li condividono o semplicemente li ascoltano.

Tania
Volontaria RTM in Servizio Civile in Madagascar