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Perdersi per ritrovarsi
Camilla da Antananarivo ci racconta com’è fare il Servizio Civile in un paese come il Madagascar
All’inizio, il Madagascar mi ha spiazzata. Non era solo una questione di distanza geografica, ma di sensazioni viscerali: i suoni, gli odori, i ritmi della vita erano così diversi da lasciarmi quasi senza punti di riferimento. Antananarivo (Tanà) mi sembrava un labirinto caotico, fatto di strade che si intrecciano senza logica, di volti sconosciuti e di parole che non capivo. Mi sentivo persa, come se ogni certezza che avevo messo in valigia fosse diventata improvvisamente inutile.
Eppure, giorno dopo giorno, qualcosa ha iniziato a cambiare.
Senza accorgermene, ho cominciato a riconoscere i percorsi, a distinguere i quartieri e a masticare qualche parola in più. I volti sono diventati meno anonimi, alcuni addirittura familiari. I gesti quotidiani, che all’inizio richiedevano uno sforzo enorme, sono diventati naturali. Mi sono ritrovata a camminare sotto un cielo che non avevo mai visto altrove: qui i colori sono più vividi, quasi elettrici. Le nuvole sembrano scolpite, imponenti, e la luce trasforma ogni tramonto in uno spettacolo che ti toglie il fiato, facendoti sentire piccola ma, per la prima volta, al posto giusto.
Tanà è una città che prima ti disorienta, ti mette alla prova. Ti fa perdere, ti costringe a lasciare andare il bisogno di controllo tipico di chi arriva dall’Occidente con l’agenda in mano. Ma proprio quando pensi di non riuscire a trovare un equilibrio, qualcosa scatta. Inizi a sentirti parte di quel caos, a leggerne i ritmi, a muoverti con più sicurezza tra le salite e i mercati.
E allora succede una cosa strana: quel posto che ti faceva sentire fuori luogo comincia a sembrarti casa. Non perché sia diventato uguale a ciò che conoscevi, ma perché sei cambiata tu. Hai imparato ad adattarti, ad ascoltare, a osservare davvero. Hai scoperto che per sentirsi a casa non serve riconoscere tutto, ma imparare ad abitare anche ciò che all’inizio ci sembrava del tutto estraneo.
Questo è il servizio civile in un paese come il Madagascar: un’esperienza che ti mette a nudo, ti porta lontano da tutto ciò che conosci per restituirti a te stessa in una forma nuova.
Una delle lezioni più grandi è stata abbracciare la filosofia del “Mora Mora”. In Madagascar il tempo non si rincorre, si attraversa. All’inizio, questo “piano piano” mi disorientava, quasi mi spazientiva; ero abituata a incastrare gli impegni e a pretendere risposte immediate. Poi ho capito che il Mora Mora non è pigrizia, ma un profondo rispetto per la vita che accade. Le persone qui sembrano vivere davvero giorno per giorno, senza l’ansia costante per il futuro. Non c’è quella corsa continua a programmare tutto, a riempire ogni spazio vuoto.
In questa lentezza ho trovato una leggerezza diversa, una capacità di stare nel presente che da noi spesso si perde. Ho imparato a dare meno peso a ciò che ancora non è, per riuscire davvero ad apprezzare ciò che c’è: il rosso della terra sotto i piedi, il sorriso di chi incroci per strada, il valore di un’attesa che non è tempo perso, ma tempo vissuto.
E tornerò diversa. Più consapevole, più attenta. Capace di riconoscere e apprezzare quelle piccole cose che prima davi per scontate, e che ora hanno un valore completamente nuovo.
Forse è proprio questo il senso più profondo di tutto: partire per aiutare e ritrovarsi, quasi senza volerlo, a crescere tra le braccia di un’isola che ti insegna a respirare.
