Kosovo, Volontariato

Qui il futuro fa rumore

Pasquale da Pristina ci racconta il Kosovo e la sua esperienza di Servizio Civile

Pershendetje!

Apriamo questo racconto con una prospettiva aforistica: “un viaggio lo si vive tre volte: quando lo si desidera, quando lo si attraversa e quando lo si ricorda”. Ma questo vale non solo per i viaggi, bensì per ogni esperienza che decidiamo di intraprendere. E ora, a sette mesi dal mio arrivo in Kosovo – e con quattro mesi ancora davanti – mi trovo immerso nella fase centrale di questa esperienza (impossibile da definire solo di “vita” o “professionale”) che è il Servizio Civile Universale.

Seguendo il leitmotiv di cui sopra, viene naturale confrontare ciò che avevo immaginato con ciò che sto realmente vivendo. In poche parole: pensavo di venire qui per contribuire a progetti capaci di generare un impatto positivo sulle comunità locali, presupponendo un rapporto unilaterale. Non avrei mai immaginato quanto concreto sarebbe stato, invece, l’impatto che questa esperienza sta avendo su di me.

Il Kosovo pulsa di energia, e sono i giovani a dargli ritmo. La vita è frizzante: bar, mercati, ristoranti e persino luoghi come palestre, panifici e barberie sembrano più spazi di aggregazione che semplici attività commerciali. La voglia di socialità è percepibile anche solo camminando per le strade. L’immediatezza con cui si costruiscono i rapporti, così naturale e spontanea, è qualcosa a cui nelle nostre città d’oltremare ci stiamo lentamente disabituando.

Fin dai primi momenti mi son chiesto da dove nascesse questo forte senso di comunità, e non è stato per nulla facile trovare una risposta univoca. Senza scomodare teorie afferenti alle più disparate scienze sociali, mi sento di dire – forse un po’ ingenuamente – che questo senso di appartenenza nasca dalla voglia di costruire insieme qualcosa di fresco e duraturo.

Questo non è affatto scontato. Nelle “periferie del mondo” spesso aleggia un senso di fatalismo, e le persone finiscono per convincersi di essere spettatori della propria vita. Qui, invece, è nell’aria un senso di fervore che reclama identità, cultura e progresso. Lo vedo nel lavoro dei beneficiari dei nostri progetti e nella loro riconoscenza. Lo vedo nelle istituzioni, sempre presenti, e nella società civile: associazioni e organismi che si danno un nome, una forma e una prospettiva concreta, costruendo futuro insieme. Lo vedo nei miei colleghi, capaci di svolgere con competenza e dedizione il proprio lavoro. Lo vedo infine nelle persone comuni, che fanno dell’onestà e della disponibilità la propria bandiera quotidiana.

Se il Servizio Civile Universale ha come obiettivo quello di trasmettere l’importanza dell’impegno civico, qui in Kosovo trova terreno fertile per diventare qualcosa di vivo, un modo concreto di abitare il presente costruendo il futuro, sostenuti dall’esempio di chi lo sta già facendo ogni giorno.

E allora, tornando al punto di partenza: il viaggio si vive tre volte. Quella del desiderio è ormai lontana, proiettata su aspettative che la realtà ha saputo sorprendere. Quella del ricordo verrà, e porterà con sé tutto ciò che ancora non so di star imparando. Ma è in questa fase centrale, la più difficile da raccontare, perché ancora in divenire, che si nasconde il senso più autentico dell’esperienza.

Il Servizio Civile Universale non è una parentesi nella propria vita, né un capitolo a sé. È, se si ha la fortuna di viverlo davvero, un modo diverso di stare nel mondo. Un allenamento all’ascolto, alla presenza, alla responsabilità. Qui, in Kosovo, sto imparando che costruire futuro non richiede grandi risorse, ma una cosa molto più rara: la volontà di farlo insieme.

Mirupafshim — a presto.