Albania, FSD - Formazione, Sviluppo, Diritti, Volontariato

RACCONTO INVERNALE DAL DISTRETTO DI PUKA

Lettera di Daniele, volontario RTM in Albania con il Servizio Civile Nazionale Estero

23 gennaio 2016

Suona la sveglia. Nel buio della stanza vedo l’orologio: le 6.00. Cerco di raccogliere tutte le energie e il coraggio che ho dentro e tento la prima impresa della giornata: uscire dal letto e affrontare il gelo mattutino della stanza. Una volta trovato il coraggio, ci si prepara come meglio si può all’inverno albanese: magliatermica-pile-calzamaglia-sciarpa-cappello di lana-guanti-scarponi da montagna. La colazione, nel dubbio, è riempita quanto più possibile di vitamine: come sconfiggere i malanni del freddo se non con spremute, kiwi e frutta secca?

Fuori la notte ancora non è finita del tutto, e la mattina non è ancora iniziata. Nel gelo dell’alba si entra in macchina, e si parte. La strada, ormai bene memorizzata nella mente, è lunga e presenta sempre le sue solite sorprese. Dietro ogni curva, spunta una bicicletta, un motorino, un carretto, un gregge, una macchina ferma sulla carreggiata senza motivo: la fantasia stradale albanese non ha limiti. La macchina comincia a scaldarsi; superata Vau Dejes, dove abbiamo l’ufficio, si comincia a salire: le montagne sono proprio di fronte a noi.

Arriva il primo tornante, poi il secondo, ci sono delle rocce sulla strada e buche che spuntano fuori da un giorno all’altro. La macchina si arrampica, a tratti sembra faticare, a tratti sembra volare, su quelle strade che ormai conosce bene anche lei. Dopo circa un’ora e mezza di salite, discese, svolte e tornanti, arriviamo a Puka. La cittadina, di pomeriggio deserta, la mattina brulica di attività e movimento, specialmente in una giornata di sole come questa, nonostante il freddo e la neve sui marciapiedi. Gente che si incontra, che si saluta, che beve caffè e grappe a ogni bar. Il termometro della macchina segna -5: bene.

Siamo diretti verso la casa di un allevatore; per questo, abbandoniamo la strada asfaltata per una sterrata, una delle tante che ogni giorno ci conduce verso i nostri beneficiari. Vai con la prima e seconda, e si mettono a dura prova gli ammortizzatori. Ogni curva, ogni salita, ogni buca evitata (quando evitabile) è una prova in più superata o un pezzetto di avventura vissuto. Ogni tanto si alza lo sguardo e il timore per l’assenza di un qualsiasi parapetto che possa separare le vetture dal dirupo svanisce di colpo: paesaggi di una bellezza disarmante.

Arrivati. Il nostro allevatore fortunatamente vive davanti a dove lasciamo la macchina. Un po’ sballottati dalla strada ci avviciniamo alla casa chiamandolo a gran voce da fuori: “O Zef!”. Sulle montagne albanesi non si entra a casa della gente senza stati essere prima accolti dal padrone di casa. L’allevatore sapeva del nostro arrivo, si avvicina e con un gran sorriso ci fa entrare nella sua proprietà. Ha lo sguardo fiero e le rughe di chi da sempre deve faticare per poter sfamare la famiglia. Grandi strette di mano e via si parte con i saluti di rito: “Salve! Buongiorno! Come hai dormito? Come stai? Come va? Che fai? Sei stanco? Come sta la famiglia? Come va il lavoro?”. Guai a saltare questa mitragliata di domande e attenzioni verso l’altro. Prima di parlare di qualsiasi cosa, men che meno di lavoro, sarebbe doveroso entrare in casa e bere un “caffè” (le virgolette sono d’obbligo). Con abilità ormai collaudata, posticipiamo la visita in casa a quella del gregge e della stalla. A volte, le “stalle” si limitano a essere in realtà un paio di lamiere appoggiate una sull’altra; in questo caso però, è la vecchia casa dei vicini, emigrati da tempo in Italia. Le capre ruminano, stanno vicine l’un l’altra per combattere il freddo e ogni ta nto si prendono a cornate: i vicini hanno lasciato la loro casa in buone mani.

Una volta parlato di lavoro, non abbiamo più scuse e vince l’ospitalità albanese: si entra in casa. Alla soglia, ci togliamo le scarpe per non sporcare dentro: per i padroni di casa è un gesto fortissimo. Da una parte ci prendono per un braccio e cercano di trascinarci dentro (“un italiano che si toglie le scarpe per entrare a casa mia? Mai!”), dall’altra sui loro volti spunta un sorriso a metà tra lo stupore e la gratitudine. Entriamo e ci accomodiamo in salone, intorno a una tanto calda quanto provvidenziale stufa a legno. Ovviamente, i posti d’onore (sul divano) spettano a noi. Gli abitanti della casa si accomodano su sedie o sgabelli. È il solenne momento del “caffè”. La signora, dopo averci accolti, va in cucina, mentre lo zoti i shtëpisë (padrone di casa) rimane con noi. Giusto il tempo di qualche ulteriore domanda, per sincerarsi ancora se siamo stanchi o se le nostre famiglie stanno bene, e la tavola comincia a riempirsi di pietanze. A prescindere dall’orario, l’ospitalità albanese non può far mancare carne, cipolle, sottaceti, formaggi, noci. E, ovviamente, la raki (la grappa locale). A volte, il caffè nemmeno c’è. “Gezuar!” si parte coi brindisi, si parla del progetto, e ci si augura il meglio l’un l’altro. E ogni tanto, scappa un sorriso per un mio maldestro tentativo di frase in albanese. L’allevatore ci dice che ci sono molti lupi in quelle zone, ma che grazie a Dio ha dei cani grandi e forti per proteggere il gregge. In quei momenti attorno alla stufa, si prova a condividere un pezzo d’esistenza con gli abitanti di queste montagne albanesi.

È il momento di andare. I padroni di casa insistono per farci fermare e offrirci altro cibo e altra grappa. Noi insistiamo per congedarci. Alla fine raggiungiamo il compromesso di poter andare via ma con due buste di noci e una bottiglia piena di miele in regalo. Ci accompagnano fino alla macchina; li ringraziamo dell’ospitalità e loro ci ringraziano a loro volta della visita. “Mirupafshim!” Un ultimo sguardo al paesaggio e rientriamo in macchina, diretti verso un altro allevatore e un altro pezzo di vita nel distretto di Puka.

Daniele