Madagascar, Volontariato

RIENTRO AGNESE E SARA

Agnese e Sara sono rientrate dopo un anno a Manakara con il Servizio Civile. Sono passate a trovarci e ci hanno parlato della loro esperienza in Madagascar
AGNESE

Bentornata Agnese! Come va? Com’è stato il rientro?
Traumatico, cosa che non avevo messo in conto. Mi sembra di aver fatto un sogno per 11 mesi e di essermi risvegliata qua. È strano, ho nostalgia dei posti, ma allo stesso tempo ne ho una visione con me da lontano.
È stato bello rivedere i propri cari, ma ho una strana nostalgia. Casa mia mi sembra gigantesca ora, così come le strade. Quando ti abitui è ora di tornare, ti sentivi a tuo agio con te stessa, con il posto e il contesto.
Questa è un’occasione che capita una volta nella vita e non è ripetibile… e quando finisce poi sono belli anche i momenti difficili.

Di cosa ti sei occupata?
Avevo una settimana molto intensa. Per quanto riguarda il progetto, ho supportato la raccolta dati per l’atto di nascita. Mi ha colpito che molti non sapessero neppure l’anno di nascita dei figli. È stato bello fare le missioni nei villaggi, anche per il progetto sulla lebbra. Fare ore in auto in questi piccoli villaggi lontani e stare tutto il giorno. Ma anche le formazioni ad Ampasimanjeva o la distribuzione dei kit scolastici. L’ho amato molto, vedere scuole, aule e contesti in mezzo al nulla. Le missioni sono state l’attività più intensa, quelle che mi hanno fatto pensare di più.
Poi attività con i partner locali: Centro Manovo, Tsararano, carcere, la mensa per i bambini. Realtà differenti in cui devi saperti adattare. A contatto coi bambini poi toccare con mano tante cose.
Ho fatto anche alcuni incontri con delle classi in Italia (soprattutto alle superiori), un ponte tra Italia e Madagascar.

Una soddisfazione?
Fare attività coi bimbi, a volte ero stanca o giù di morale, ma era molto bello vedere il bel clima istaurato coi bambini, vederli contenti e soddisfatti di quello che avevamo fatto con loro.
Anche le udienze per l’atto di nascita, poter vedere concretamente il risultato di tanto lavoro.
A livello personale la mia crescita legata all’adattamento, non pensavo di riuscirci. Adattarsi a una cultura diversa, ad avere poche cose… è molto liberatorio. Ti abitui e diventa la tua normalità.

La difficoltà maggiore?
Mettersi in comune con gli altri, mettersi in discussione e smussare i propri atteggiamenti. Sapersi adattare sia al lavoro che in casa. È stato un aspetto totalmente inaspettato, non l’avevo neppure considerato, è stato più difficile persino della lontananza dalle persone care, che comunque senti.

Un bel ricordo?
Sono tantissimi… uno dei più belli ad Ambinany, per uno screening sulla lebbra. Un villaggio raggiungibile solo dopo ore di macchina, lakana (piroga) e tante risaie. È stato particolarmente intenso, una mezza giornata impiegata solo per arrivare e poi vedere i bambini stupiti perché non avevano mai visto un vazaha (straniero/bianco).
Ma anche i viaggi, conoscere altre persone e il Paese.
In generale comunque tutte le attività coi bambini, soprattutto nelle ultime settimane quando sai che partirai.

Un rimpianto?
Non avere imparato meglio il malgascio! Ma non ho rimpianti, anche con tutte le difficoltà rifarei tutto.

Cosa ti senti di consigliare ai ragazzi che partiranno per il Madagascar?
Buttarsi, credere nelle proprie capacità, senza paura. Vivere appieno l’esperienza, fare tutte le attività, anche se non ci si sente adatti.
Cercare di creare delle relazioni, fare affidamento agli altri che sono con te o che sono lì già da prima.
Non abbattersi nei momenti di difficoltà… che sicuramente ci saranno.

E ora, i tuoi progetti per il futuro quali sono?
Tanti punti interrogativi, mi è piaciuto più di quanto pensassi. L’insegnamento è il mio mondo e mi piacerebbe legare questa esperienza al mondo scolastico. Farò sicuramente altre esperienze, magari estive.
Intanto vado a trovare mia sorella, un po’ di vacanza e poi a settembre si torna in aula. Mi sento più libera dopo un anno fuori dalla mia comfort zone.

SARA

Bentornata Sara! Come va? Com’è stato il rientro?
Difficile, così come c’è voluto molto ad abituarsi e poi è già ora di tornare, allo stesso modo anche il rientro richiede altrettanto impegno. Pensavo che sarei tornata alla mia vita di sempre senza problemi e che tutto fosse come prima e invece no.
È difficile fare le stesse cose che facevo prima di partire, pensavo che sarei stata più contenta. Sarei rimasta ancora 6/7 mesi in Madagascar.

Di cosa ti sei occupata?
Di tante cose, sono stati pochi i momenti senza attività da fare, tra i progetti e le attività coi partner. Abbiamo fatto tante missioni nei villaggi limitrofi, sono tantissimi i chilometri fatti per le attività per ridurre l’abbandono scolastico.
A Manakara abbiamo lavorato con il carcere, il centro Manovo, il Centro Tsararano che ospita ragazzi e ragazze disabili… coi partner instauri delle relazioni più strette.
Sono state bellissime anche le missioni per gli screening sulla lebbra, dove sono stati individuati nuovi casi, ma dove contribuivamo anche alla distribuzione di medicine per altri problemi alla pelle. Un conto è vedere la formazione, un conto è vedere i malati dal vivo, è stato molto impattante.

Com’è andata?
È stato tanto bello quanto sfidante. All’inizio sei molto carico, tutto è nuovo, ma ci sono anche difficoltà ad adattarsi alle cose nuove. Col tempo che passa tutto è meno speciale, anche da raccontare, tutto diventa la tua routine. Mi sono sentita per la prima volta felice di dove ero e di ciò che facevo.
Passato l’entusiasmo iniziale è arrivata la serenità, mi sono abituata, all’ufficio, al mercato, ai bambini che incontravo ogni settimana. Si è dentro quando è ora di tornare… come ci avevate detto prima di partire!!
La sede di Manakara è strutturata come lavoro, non vivi mai un momento di solitudine, è più facile adattarsi. Sei sempre pieno di stimoli.

È stato come ti aspettavi?
Non avevo una chiara aspettativa. Dopo la formazione sei pieno di informazioni, anche diverse perché derivanti da esperienze diverse. Ti aspetti un contesto molto sfidante, come non avere l’acqua e la luce. In realtà su quello sono stata abbastanza fortunata. Me lo aspettavo invece più facile dal punto di vista personale, ti devi mettere in discussione.
Il Madagascar me lo aspettavo più estremo, in realtà è molto più bello di come pensassi, avevo tante aspettative, ma confuse. Comprendi sicuramente i tuoi limiti.

La difficoltà maggiore?
È stato un insieme di cose nuove, che non conosci… il Paese, ma anche le persone con cui devi vivere e lavorare. Bisogna imparare ad avere i propri spazi.

Una soddisfazione?
Essere chiamata per nome, non più vazaha (straniero). Essere riconosciuta, avere creato dei rapporti. Sentirsi chiedere come stai.

Un bel ricordo?
Il “veloma” (saluto in malgascio) con le donne del carcere! Ho portato una torta al cioccolato…hanno leccato anche il tovagliolo!

Cosa ti senti di consigliare ai ragazzi che partiranno per il Madagascar?
Non avere aspettative definite, per non vivere male quello che capita, ma prendere tutto quello che viene.
Avere mente e cuore aperto. Io sono rigida e pretendo sempre tanto da me stessa, subito facevo fatica a fare cose senza un’organizzazione ben precisa. Loro invece sono contenti anche solo perché sei li.

E ora, i tuoi progetti per il futuro quali sono?
Sento la pressione di non avere le idee chiare, per ora voglio godermi le persone che mi vogliono bene. Voglio portare ciò che ho imparato in Madagascar nella vita di qua, che sembra facile, ma è complesso.
Poi farò l’esame di stato… e mi piacerebbe tornare in Madagascar!

Grazie ragazze, in bocca al lupo!!