Madagascar, Volontariato

Tonga soa

Carolina, rientrata dopo due mesi ad Antananarivo, racconta la sua esperienza al dispensario di Tongarivo

“Misaotra betsaka per avermi fatto sentire sempre tonga soa”. Questa frase, per metà in malgascio e per metà in italiano perché ahimè in un mese e mezzo non sono riuscita ad imparare più di qualche singola parola o espressione, è quella con cui ho salutato la comunità di Tongarivo al termine della cena di veloma (addio) che mi hanno preparato alla vigilia del mio rientro. Significa “grazie mille per avermi fatta sentire sempre benvenuta”. Questo riassume rapidamente come mi sono sentita durante i 45 giorni che ho trascorso a Tongarivo, nella periferia di Antananarivo (capitale del Madagascar). La Casa della Carità, dove svolgevo servizio presso il dispensario, è diventata molto in fretta un luogo che sentivo “casa”: lì ho trovato tante sorelle, mamme, nonne e zie che, nonostante si dovessero già prendere cura di più di trenta ospiti disabili, si sono sempre preoccupate anche per me, soprattutto nei piccoli gesti come cucinare sempre qualcosa in più per me nel timore che non apprezzassi la semplicità del loro pasto a base di riso e farmi trovare dopo ogni pranzo il caffè caldo preparato appositamente per me. La scelta della frase con cui le ho salutate non è per niente casuale perché una loro abitudine che mi ha colpita molto è che tutti i giorni, quando entravo e salutavo con un mio semplice “manahoana” (ciao), loro rispondevano quasi sempre con un sorridente “manahoana, tonga soa!”, aggiungendo quindi proprio “benvenuta”, una parola che noi ormai abbiamo dimenticato, ma che invece permette di sentirsi a casa e di percepire che la propria presenza è un piacere per quel luogo.

Il dispensario, dove mi recavo ogni giorno con l’intento di provare a rendermi utile, è una sorta di piccola farmacia con annessi due semplici ambulatori dove tre giorni a settimana è presente una dottoressa per consultazioni mediche. I prezzi sono molto ridotti e dunque risulta essere un luogo fondamentale e decisivo soprattutto per la popolazione estremamente povera, anche perché le suore non negano mai a nessuno le cure necessarie, anche nel caso una persona fosse impossibilitata a dare il minimo contributo. Per quanto luogo umile e semplice (soprattutto agli occhi di noi “occidentali” che abbiamo standard decisamente diversi), ha tutto il necessario per rispondere ai primi bisogni sanitari e per risultare un luogo estremamente accogliente per tutti. Non avendo nessuna competenza sanitaria, ero inizialmente titubante e temevo di risultare più di impiccio che altro. Suor Sylvie, infermiera e responsabile del dispensario, invece fin da subito mi ha trovato un compito: sedermi dietro al computer all’ingresso e prendere nota di tutti coloro che arrivavano e dei farmaci che acquistavano. Un compito per me semplice e immediato, ma che mi ha permesso di trovare abbastanza rapidamente il mio posto all’interno di quello spazio dove, nonostante il motto malgascio “mora mora” (piano piano), regnavano spesso la confusione e la frenesia, tra il rumore di sottofondo dell’aerosol e le giornate in cui ci trovavamo ad accogliere e assistere anche quaranta o cinquanta persone in una mattinata. Il mio ruolo era dunque marginale, non ero affatto indispensabile ma suor Sylvie e suor Victorine mi hanno sempre fatto sentire che il mio contributo era comunque importante perché, per quanto semplice per me, per loro non era scontato scrivere rapidamente a computer ed era comunque un modo per accelerare un minimo il processo e alleggerire i loro movimenti frenetici. Sicuramente posso dire senza fatica che sono più le cose che mi porto a casa da questa esperienza piuttosto che quelle che sono riuscita a dare e lasciare, nonostante i miei sforzi di contribuire come possibile.

Certamente ci sono volti, espressioni, situazioni, nomi che rimarranno, spero per sempre, nella mia testa e soprattutto nel mio cuore. Non soltanto le persone da cui sono stata ospitata e con cui ho condiviso la quotidianità (Valentina, rappresentante paese di RTM con cui vivevo, e le suore della Casa della Carità), ma anche persone che si sono rivolte al dispensario. Con queste non posso dire di aver instaurato delle relazioni perché i contatti erano brevi e spesso frenetici e soprattutto c’era un ostacolo insormontabile: la lingua. Nonostante questo, però, un minimo contatto provavo ad instaurarlo: ci scambiavamo grandi sorrisi (dietro alle mascherine) e anche le poche espressioni che riuscivo a formulare, le dicevo con tanta cura e sforzandomi di memorizzare il nome di chi avevo di fronte, unica cosa che potevo riuscire a capire (e nemmeno sempre perché alcuni risultano parecchio particolari e lunghi). L’impossibilità di parlare e di capire mi ha insegnato due cose che possono apparire banali, ma che invece ritengo molto importanti e per nulla scontate nella mia quotidianità “italiana”. Prima di tutto, ho imparato ad osservare tanto, a provare ad intuire le situazioni da quanto vedevo di fronte a me, cogliendo dettagli che in un contesto più familiare e comprensibile, avrei sicuramente trascurato. L’altra lezione che mi sono portata a casa è la riscoperta dell’immenso potere dei sorrisi, che permettono di entrare in contatto con l’altra persona e di esprimere diverse sensazioni, dalla gratitudine all’empatia fino al dispiacere e al supporto nelle situazioni più complesse. In 45 giorni sono sicuramente più numerose le volte in cui mi sono limitata ad un semplice saluto accompagnato dal sorriso piuttosto che quelle in cui ho intrattenuto delle conversazioni: un’esperienza nuova e bellissima, che mi ha fatta riflettere e crescere.

Le semplici passeggiate dalla casa volontari alla Casa della Carità, per quanto brevi, insegnano tante altre cose: i sacrifici e le fatiche a cui loro sono abituati e che per noi sono impensabili, le disuguaglianze che si percepiscono tra chi può girare in auto e chi deve spingere carretti con quintali di riso caricati, l’inquinamento, la sporcizia, lo spirito di comunità con cui vivono la strada e tanto altro, ma mi dilungherei decisamente troppo se spiegassi ogni singolo dettaglio e soprattutto toglierei, almeno in parte, la possibilità a chi sceglierà di partire dopo di me (spero tante persone) di scoprire la realtà, lasciandosi stupire da ciò che più tocca la propria sensibilità.

Concludo, quindi, raccontando un piccolo aneddoto con cui ho davvero chiuso la mia esperienza. L’ultima mattina, appena prima di partire per andare in aeroporto mi sono fermata a comprare un po’ di frutta. Mi sono rivolta alla bancarella vicino all’ingresso della Casa della Carità dove c’era la solita ragazza che salutavo tutti i giorni passando e che in quel mese e mezzo era diventata la mia venditrice di mango e ananas di fiducia. Le ho spiegato in francese che sarei partita nel giro di poche ore, con volto quasi dispiaciuto per la mia partenza, mi ha salutata dicendomi “Bon voyage mon amie” (buon viaggio, amica mia). Mi sono girata per tornare verso casa a chiudere le valigie con il magone e qualche altra lacrima è uscita dai miei occhi lungo la strada.

Ecco, era inevitabile: un pezzettino del mio cuore è rimasto là a Tongarivo e ne sono molto felice.